quanta acqua bere

Quanta acqua bere al giorno? Le regole per una corretta idratazione

Quanta acqua bisogna bere ogni giorno? Quanti bicchieri? L’acqua è un elemento fondamentale per la salute e il benessere del corpo umano, per questo motivo è importante berne la giusta quantità quotidianamente, né troppa, né poca. Ma come si effettua questo calcolo? Ci sono diversi fattori che lo influenzano, come età, peso e sesso. Arrivare a una risposta certa, però, non è difficile.

“Dottore, quanta acqua devo bere ogni giorno?”. Difficile trovare qualcuno che non abbia mai rivolto questa domanda al proprio medico di fiducia, alla ricerca di una quantificazione in litri o in bicchieri dell’acqua che è necessario consumare quotidianamente. La convinzione (corretta) che bere sia importante, infatti, è molto diffusa. Mentre c’è più confusione sul quantitativo di acqua in grado di garantire una corretta idratazione del corpo (bere poco fa male, così come bere troppo). Questo articolo prova a dare una risposta, tenendo però conto dei molteplici fattori che possono influenzarla.

Bere fa bene: l’importanza dell’acqua e dell’idratazione

Prima, però, una premessa (chi è impaziente può saltare direttamente al paragrafo successivo): perché bere fa bene? I motivi sono tanti. Per elencarli, si può partire da una considerazione: il 75% della massa muscolare di un essere umano è costituito da acqua. Questo dato rende piuttosto evidente il ruolo centrale che l’acqua ha nel benessere fisico di una persona.

Di seguito, alcuni dei principali effetti benefici dell’acqua:

  • Favorisce la crescita muscolare;
  • Regola la temperatura corporea;
  • Regola la produzione di ormoni;
  • Compatta i tessuti (come nel caso della pelle);
  • Migliora la densità del sangue;
  • Sostiene la protezione di midollo spinale, cervello e occhi;
  • Favorisce l’eliminazione degli scarti;
  • Regolarizza la digestione;
  • Lubrifica le articolazioni.

Come calcolare quanti litri (o bicchieri) di acqua bere in un giorno

Il fatto che l’acqua faccia così bene giustifica la necessità di berne un quantitativo sufficiente ogni giorno (né troppa, né poca). Ma come si determina tale quantitativo? Quanti litri? Quanti bicchieri? La risposta non è univoca, ma dipende da una serie di fattori, tra cui:

  • Età: il fabbisogno aumenta con l’accrescersi dell’età, fino all’età adulta, per poi diminuire leggermente nella vecchiaia;
  • Sesso: il fabbisogno maschile è superiore a quello femminile;
  • Peso: il fabbisogno cresce all’aumentare del peso;
  • Attività fisica: il fabbisogno aumenta nel caso si pratichi sport o si faccia comunque movimento.

Volendo indicare un valore medio standard, si può affermare che:

  • Un uomo adulto deve bere circa 2,5 litri di acqua al giorno;
  • Una donna adulta deve bere circa 2 litri di acqua al giorno.

Più affidabile il dato ricavato utilizzando come parametro il peso:

  • Una persona adulta (uomo o donna che sia) deve bere circa 30 ml di acqua al giorno per ogni kg di peso.

A questo punto, si può anche tentare di misurare il quantitativo di acqua necessario in bicchieri, partendo dal presupposto che un bicchiere contiene mediamente 200 ml di acqua. Con la conversione, quindi, si arriva a circa:

  • circa 12 bicchieri per un uomo di corporatura media (80 kg);
  • circa 10 bicchieri per una donna di corporatura media (65 kg).

La stessa regola per tutti?

No: a seconda del caso clinico varia l’indicazione medica in rapporto all’idratazione. Soggetti con insufficienza cardiaca per esempio o con alcune nefrosi devono limitare – sotto la guida dello specialista curante – l’introito idrico giornaliero. In altri casi la prescrizione può variare transitoriamente in determinate condizioni (per esempio prima di un esame diagnostico con mezzo di contrasto). Altri tipi di patologie necessitano addirittura di terapia idropinica (bere molto): un esempio per tutti la calcolosi renale.

Il soggetto sano potrebbe anche solo considerare infine, che il senso della sete autoregola l’organismo circa la necessità di acqua da introdurre giornalmente. Discorso che può non valere nell’infante e nell’anziano.

ATTENZIONE: inutili le grandi bevute non adeguatamente distribuite nella giornata: dopo 3h, in condizioni normali, viene eliminato il 75% di qualunque carico idrico: con le urine!

Leggi anche: La dieta per i calcoli renali


L’occhio pigro nei bambini: cause, sintomi e rimedi

L’occhio pigro è un disturbo della vista che colpisce soprattutto i bambini, diminuendo la loro vista. Se diagnosticato e curato efficacemente entro gli 8 anni, può essere completamente risolto. Il rimedio principale contro l’occhio pigro è il bendaggio, associato ad occhiali correttivi di eventuali difetti della vista. Ma quali sono le cause di questo difetto? Quali i sintomi? Quali le possibili conseguenze?

I primi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo di un bambino. È in questa fase, infatti, che si completano o si perfezionano le abilità fondamentali del corpo umano. Alcune sono abbastanza evidenti, come il camminare o il parlare. Altre, invece, sono più silenti ma non meno importanti. È il caso della vista. Tra 0 e 6 anni, infatti, si gettano le basi che condizioneranno la futura salute degli occhi. E una delle patologie degli occhi più frequenti nei bambini di questa età è l’occhio pigro, il cui nome scientifico è ambliopia. Secondo alcune indagini, l’occhio pigro riguarda circa il 3% dei bambini e i forum online a tema sanitario sono pieni di genitori preoccupati che rivolgono domande agli specialistici, sia oculisti che ortottisti, per sapere cosa devono fare e come affrontare il problema. Vista la sua rilevanza, quindi, l’argomento “occhio pigro” merita di essere approfondito e conosciuto meglio.

Cos’è l’ambliopia e cosa significa “occhio pigro”

Per cominciare, è utile darne una definizione precisa. Cosa si intende per occhio pigro? L’aggettivo “pigro” è rivelatore: nell’ambliopia ci si trova di fronte ad un occhio che vede meno, che lavora meno dell’altro. Detto in termini più tecnici: l’occhio pigro ha una ridotta acuità visiva. Il problema colpisce di solito uno solo dei due occhi, ma (raramente) può anche interessare entrambi. La conseguenza, è che il cervello non riceve la giusta stimolazione e la vista può svilupparsi in maniera imperfetta e sbilanciata. Inoltre, data la tenera età in cui si manifesta in disturbo, e dato il ruolo fondamentale della vista nella conoscenza del mondo, un’ambliopia non diagnostica e non curata può comportare problemi di apprendimento e di sviluppo cognitivo del minore.

Le cause dell’ambliopia

Le cause dell’occhio pigro sono essenzialmente riconducibili alla presenza di:

  • un notevole difetto di rifrazione (miopia, astigmatismo, ipermetropia, eccetera) in uno o (più di rado) in entrambe gli occhi;
  • strabismo (che però può anche essere una conseguenza);
  • cataratta congenita (che diminuisce la capacità visiva dell’occhio interessato) per una vera malattia;
  • palpebra calante (che ostacola fisicamente l’arrivo dell’immagine sulla retina) o ptosi.

I sintomi dell’occhio pigro: come vede chi ne soffre

A cause differenti, però, corrispondono medesimi sintomi per le varie forme di occhio pigro. In generale, questa patologia non è semplice da diagnosticare. La prima ragione è legata all’età del bambino, che lo rende non collaborativo. Se non parla o se ha appena iniziato a farlo, il minore non è in grado di dire ai genitori che non vede bene. L’altro motivo che rende difficile la diagnosi, invece, è la potenziale mancanza di sintomi dell’occhio pigro nei bambini. Infatti, quando l’ambliopia interessa un occhio solo, l’altro compensa la mancanza, restituendo una visione complessiva comunque buona.

A questo punto, per i genitori che sospettano che loro figlio abbia l’occhio pigro, non resta che affidarsi a dei comportamenti del bambino che possono essere spia di un disagio. Ad esempio:

  • avvicina gli oggetti agli occhi per guardarli;
  • si avvicina molto alla TV;
  • ha spesso occhi stanchi e se li strofina con le mani;
  • ha difficoltà di lettura;
  • ha difficoltà nel coordinare il movimento delle mani;
  • prova fastidio nella percezione della luce;
  • ha frequenti mal di testa
  • scrive o disegna con difficoltà

Come si cura l’occhio pigro nei bambini: diagnosi, prevenzione e rimedi

L’unico modo per diagnosticare l’occhio pigro, però, è affidarsi ai test visivi svolti dal pediatra e portare il bambino con regolarità da un oculista, fin dai primi anni di vita e soprattutto in prossimità di alcune tappe fondamentali, come l’ingresso alla scuola materna o il passaggio alle elementari.

La tempestività della diagnosi è anche l’unica forma di prevenzione di questo disturbo, perché è fondamentale per intraprendere le giuste cure e raggiungere risultati ottimali. Bisogna infatti sfruttare la cosiddetta età plastica, che dura fino ai 6-8 anni, durante la quale gli occhi dei bambini sono più “malleabili” e inclini a riassestarsi e a dialogare bene con il cervello.

Il rimedio fondamentale contro l’occhio pigro è il bendaggio, che consiste nel coprire l’occhio sano con una benda che impedisce la visione, un po' come andare in palestra per rinforzare i muscoli del proprio corpo. In questo modo, senza il supporto del suo “gemello”, l’occhio pigro è costretto a sforzarsi per vedere e riacquista a sua capacità. Se l’ambliopia è causata dalla presenza di un difetto visivo, contestualmente alla benda il bambino deve indossare anche degli occhiali correttivi. Diversamente, nei casi di occhio pigro da strabismo, soprattutto se grave, può essere utile l’intervento chirurgico, ma sempre dopo adeguato tempo di bendaggio.

Per un bambino, affrontare il bendaggio dell’occhio pigro non è affatto facile, anche perché può durare mesi o anni, a seconda della gravità della situazione. La benda è fastidiosa, gli fa percepire su sé stesso una diversità rispetto agli altri bambini e può provocargli fastidio fisico e disagio psicologico. Per queste ragioni, è cruciale che i genitori accompagnino il proprio figlio lungo questo percorso, spiegando ogni passaggio e supportandolo nei momenti di difficoltà.

Articolo revisionato dal Dottor Vittorio Picardo, Responsabile della Unità Operativa di Oculistica presso la Clinica Nuova Itor

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prima visita oculistica

Open day di oculistica pediatrica, la salute degli occhi si cura fin da bambini

Il 29 ottobre, presso la clinica Nuova Itor, sarà possibile partecipare all’open day dell’ambulatorio di oculistica pediatrica. Dalle 9 alle 13, i medici oculisti della struttura, guidati dal Dottor Picardo, eseguiranno gratuitamente, previa prenotazione obbligatoria, uno screening della vista a tutti i bambini di età compresa tra i 5 e i 10 anni. L’iniziativa nasce per sensibilizzare i genitori sull’importanza della prevenzione precoce nella cura dei disturbi degli occhi. Di seguito, tutte le informazioni per partecipare.

Screening gratuito della vista per bambini alla Clinica Nuova Itor: tutte le informazioni

Un appuntamento dedicato a tutti i genitori con bambini tra i 5 e i 10 anni:

il 29 ottobre, dalle 9 alle 13,

l’ambulatorio di oculistica pediatrica della Clinica Nuova Itor aprirà le proprie porte alle famiglie, per una giornata interamente dedicata alla salute degli occhi dei più piccoli. Infatti, presso la struttura verranno svolti screening gratuiti della vista, utili a identificare precocemente i più comuni disturbi della visione. I medici oculisti, guidati dal primario Dottor Picardo, saranno anche a disposizione per informazioni e chiarimenti su come prendersi cura degli occhi dei bambini. Per partecipare all’iniziativa è necessario prenotarsi online. Si segnala che nei paraggi della clinica sono presenti numerosi parcheggi.

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Visita oculistica per bambini: quando è bene farla?

L’iniziativa realizzata dalla Clinica Nuova Itor ha un obiettivo ben preciso: sensibilizzare i genitori di figli minorenni sull’importanza di portare precocemente il proprio bambino da un’oculista e di eseguire controlli periodici regolari. La vista, infatti, è un bene prezioso ed è importante prendersene cura fin dai primi anni di età.

Sul tema, però, nelle famiglie persistono molti dubbi. In particolare, mamme e papà si chiedono spesso quale sia l’età giusta per far fare la prima visita oculistica ad un bambino. La risposta è semplice: il momento migliore è intorno ai 3 anni. Prima di questa soglia, infatti, i bambini non sono in grado di collaborare con il medico, mentre molti degli esami oculistici richiedono proprio una partecipazione attiva. Ovviamente, se si hanno dubbi e sospetti sulla presenza di patologie, magari perché si sono osservati comportamenti strani o sintomi specifici, è possibile rivolgersi a uno specialista anche anticipatamente, perché si può far ricorso a esami oggettivi che non richiedono la collaborazione del piccolo paziente. Aspettare troppo, invece, è controproducente perché rischia di far perdere tempo prezioso. Molti dei disturbi della vista tipici dei bambini, come l’occhio pigro o forme precoci di miopia, possono essere efficacemente trattati con metodi di riabilitazione visiva che sono però efficaci se applicati entro i 9 anni.

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Riconciliazione farmacologica, una chiave per garantire la qualità e la sicurezza delle cure

La riconciliazione farmacologica è fondamentale per garantire cure di qualità al paziente. Al momento del ricovero e nel passaggio del paziente tra reparti o strutture diverse, realizzare un’attenta riconciliazione della terapia farmacologica permette di evitare problemi anche gravi. Al tema, la Clinica Nuova Itor ha deciso di dedicare il proprio impegno di sensibilizzazione in occasione della Giornata Nazionale per la sicurezza delle cure e della persona assistita

Il 17 settembre 2022, in occasione della Giornata Nazionale per la sicurezza delle cure e della persona assistita, che coincide con il World Patient Safety Day, istituito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Clinica Nuova Itor ha scelto di avviare una campagna di sensibilizzazione del personale sanitario dedicata al tema della riconciliazione della terapia farmacologica. Si tratta, infatti, di un argomento strettamente correlato con la qualità e la sicurezza delle cure che vengono fornite ai pazienti e a cui il Ministero della Salute, già nel 2014, ha dedicato un documento ufficiale, la Raccomandazione per la riconciliazione della terapia farmacologica (link doc pdf). Una questione, quindi, che merita di essere conosciuta e approfondita.

Cos’è la riconciliazione farmacologico e quando va attuata

La riconciliazione farmacologica è un processo formale che permette al medico di rilevare e conoscere la terapia farmacologica seguita dal paziente e di valutare con attenzione se proseguirla, variarla o interromperla (in tutto o in parte). Tale processo assume particolare rilevanza nelle cosiddette transizioni di cura, cioè quando un paziente viene ricoverato, oppure viene trasferito da un reparto ad un altro o da una struttura ad un’altra. Le terapie farmacologiche prescritte durante questi passaggi, infatti, presentano spesso tra di loro delle differenze che non dipendono né da una mutata condizione clinica del paziente né da una scelta terapeutica dell'equipe sanitaria. Si tratta di discrepanze non intenzionali che però possono danneggiare anche gravemente il paziente, prolungandone la degenza o causandone ricoveri ripetuti. Per questa ragione, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera la riconciliazione farmacologica una delle migliori strategie per garantire la sicurezza nella gestione della terapia farmacologica.

Fasi e modalità della riconciliazione della terapia farmacologica

Il processo di riconciliazione farmacologica va effettuato al momento della presa in carico del paziente, o al massimo entro le successive 24 ore. Dal punto di vista operativo, si compone di due fasi:

  • la ricognizione, durante la quale vengono raccolti i dati che riguardano il malato e i medicinali che assume, compresi i farmaci senza obbligo di prescrizione (SOP), Over the Counter (OTC), nonché́ gli omeopatici, gli integratori, i fitoterapici, l’eventuale assunzione di alcool, l’uso di droghe e l’abitudine al fumo;
  • la riconciliazione, che prevede il confronto tra la terapia seguita dal paziente e quella che si vuole impostare sulla base delle attuali condizioni cliniche; è in questo momento che vengono individuate le possibili incongruenze, come sovrapposizioni, omissioni, interazioni, controindicazioni, confondimento dovuto a farmaci Look-Alike Sound-Alike (LASA).

Le due fasi possono coincidere, se vengono espletate dallo stesso medico prescrittore, che è tenuto ad utilizzare un'apposita scheda nella quale evidenziare le decisioni assunte in merito alla terapia.

Le informazioni che devono essere raccolte durante la ricognizione riguardano:

  • il nome commerciale e/o del principio attivo;
  • la forma farmaceutica;
  • il dosaggio;
  • la posologia giornaliera;
  • la data di inizio e la durata della terapia;
  • la data e l’ora dell’ultima dose assunta (con particolare attenzione alle formulazioni a lunga durata di azione e ai farmaci ad alto livello di attenzione);
  • la via di somministrazione;
  • gli eventuali trattamenti a carattere sperimentale, compreso l’utilizzo compassionevole e di farmaci off label (in particolare l’indicazione terapeutica);
  • l’assunzione di omeopatici, fitoterapici e integratori e ogni altro prodotto della medicina non convenzionale.

In caso di dubbio su quanto riferito dal paziente (o da un suo familiare/caregiver) o di incompletezza delle informazioni, deve essere contattato il medico di medicina generale e/o l’equipe medica della struttura sanitaria che ha avuto precedentemente in carico l’assistito per effettuare un processo di ricognizione completo e sicuro.

Infine, è fondamentale che le modifiche alla terapia effettuate siano condivise con il paziente e con il suo nucleo familiare e che siano correttamente riportate nella sua documentazione.


Poliuria: quando urinare eccessivamente è spia di un problema

La poliuria, ovvero l’eccessiva produzione di urina che porta a frequente minzione durante il giorno, può essere provocata da una pluralità di patologie. Comprendere le cause della poliuria è fondamentale per curare al meglio la malattia che la provoca.

La produzione di urina è un processo fisiologico assolutamente benefico per il corpo umano, perché permette l’eliminazione di alcuni di quelli che si possono definire “materiali di scarto” dell’organismo. Quindi, urinare più volte al giorno è normale e segno di buona salute. Il problema, semmai, nasce quando la produzione di urina diventa eccessiva e si avverte lo stimolo di andare in bagno molte volte nel corso delle 24 ore, magari anche di notte. Qual è il limite che deve far scattare l’allarme? La produzione normale di urina di un corpo adulto si aggira intorno ai 2,5-3 litri, divisi in 4-6 volte al giorno. Sopra questo limite, si può parlare di eccesso.

Quanto bisogna bere al giorno?

Cos’è la poliuria

Tale eccessiva produzione di urina prende il nome di poliuria, che quindi non può essere definita come una patologia ma come una condizione, un sintomo di una possibile malattia. Attenzione: le oscillazioni nella quantità di urina prodotta quotidianamente possono dipendere da numerosi fattori non problematici, come l’assunzione eccessiva di liquidi e l’utilizzo di farmaci diuretici. Tutte queste situazioni non hanno nulla a che fare con la poliuria intesa come spia di una patologia.

Leggi di più sull’insufficienza renale cronica e sull’insufficienza renale acuta

Cause delle disfunzioni urinarie: le patologie associate alla poliuria

Tra le malattie che possono essere causa di poliuria, le più frequenti sono:

  • Insufficienza renale cronica lieve
  • Diabete mellito;
  • Diabete insipido centrale;
  • Diabete insipido nefrogeno;
  • Ipercalcemia
  • Ipertiroidismo;
  • Nefriti d vario tipo;
  • Potomania

Infine il cancro alla prostata, l’ipertrofia della prostata e le infezioni delle vie urinarie, posso determinare quella che si chiama pollachiuria, ovvero l’emissione di piccole quantità di urina ripetutamente nella giornata (10-20 minzioni al giorno per eliminare solo 1litro di urina).

I sintomi correlati alla diuresi eccessiva

La poliuria assume ancora più rilievo (e deve far scattare un campanello di allarme) quando si associa ad altri sintomi, come:

  • Perdita di peso.
  • Febbre;
  • Debolezza delle gambe;
  • Sudorazione notturna;
  • Dolore alla schiena.

Quindi, in presenza di una sintomatologia più complessa, è bene rivolgersi ad un medico per arrivare ad una diagnosi precisa. Tale percorso diagnostico passa necessariamente per esami base, come le analisi delle urine e del sangue e l’urinocoltura, ma anche per approfondimenti più specifici. Vista la pluralità di patologie che possono generare poliuria, infatti, rintracciarne con esattezza le cause non è semplice.

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Come si cura la poliuria

D’altra parte, l’individuazione certa delle cause è fondamentale anche per la corretta determinazione delle cure per la patologia che provoca poliuria. Non è infatti l’eccessiva produzione di urina che deve essere curata ma la malattia da cui deriva. Di conseguenza, non è possibile dire con esattezza e in modo univoco qual è il trattamento più efficace contro la poliuria.

Unità Specialistica di Nefrologia a Roma – Clinica Nuova Itor

Articolo revisionato dal Dottor Nicola Pirozzi, specialista in nefrologia presso la Clinica Nuova Itor di Roma


cisti ai reni

Cisti renali: cause, sintomi e cure

Le cisti renali sono un disturbo molto comune. Spesso asintomatiche, posso dare problemi quando di grandi dimensioni, mal posizionate o complesse. In questi casi, il paziente affetto da cisti dei reni può accusare dolore alla schiena e al fianco e altre manifestazioni tipiche. I possibili rimedi sono due: la scleroterapia e l’asportazione mediante intervento chirurgico.

Tra i disturbi che possono colpire i reni, la formazione delle cisti è uno dei più comuni ma (fortunatamente) anche dei più innocui. Secondo alcune statistiche, une buona fetta di popolazione (tra il 10 e il 20%) presenta cisti ai reni e la quota aumenta considerevolmente con il crescere dell’età (fino a superare il 30% nelle donne e negli uomini con più di 70 anni). Spesso tali cisti vengono scoperte a seguito di controlli di routine e non di esami specifici, visto che non danno sintomi. Il fatto che nella maggior parte dei casi siano innocue (cisti semplici), però, non deve portare a trascurarle completamente. Monitorarle e accertare le loro caratteristiche, infatti, serve ad evitare possibili complicazioni (cisti complesse). Di seguito, un approfondimento per capire meglio cosa sono le cisti renali, da cosa sono causate, con quali sintomi si manifestano e come possono essere curate.

Cosa sono le cisti renali: definizione e tipologie

Volendo partire dalla definizione medica di questo disturbo, si può affermare che le cisti sono delle sacche piene di liquido che si formano all’interno dei reni. Possono interessare solo uno dei due organi, oppure entrambi. Inoltre, può accadere che si formi una sola cisti oppure che si generino una pluralità di queste tasche. Quest’ultimo caso, però, va tenuto ben distinto da un’altra patologia che sembrerebbe affine, cioè il rene policistico, che è invece è una malattia molto più grave e di origine genetica. La principale classificazione delle cisti renali è quella che divide le semplici dalle complesse.

Unità Specialistica di Nefrologia a Roma – Clinica Nuova Itor

Le cisti renali semplici: corticali e perapieliche

Le cisti renali semplici sono delle lesioni benigne che non danno sintomi e non danneggiano la funzionalità renale. A seconda di dove si posizionano, è possibile distinguerle ulteriormente in cisti corticali e perapieliche. Ciò che contraddistingue le cisti semplici è l’assenza di elementi di preoccupazione: il contenuto è interamente liquido e le pareti sono sottili e regolari. In questa ipotesi, il monitoraggio è consigliato solo se la cisti è di grandi dimensioni, perché allora potrebbe avere un decorso doloroso per il paziente, fino a rendersi necessaria la sua rimozione.

Cisti renali complesse

Le cisti renali complesse, invece, non sono altrettanto benigne, perché potrebbero nascondere una formazione tumorale oppure avere origine da un’infiammazione, da un’infezione o da un trauma. Inoltre, sono generalmente dolorose e possono evolvere negativamente fino a compromettere la funzionalità dei reni. Le caratteristiche che possono far temere di trovarsi di fronte ad una cisti complessa sono legate alla presenza all’interno della stessa di setti, calcificazioni, inspessimenti della parete o contenuto iper-denso.

La classificazione di Bosniak

In medicina, per qualificare una ciste come semplice o complessa e per definirne il livello di complessità si utilizza la classificazione di Bosniak, che prevede cinque livelli: I (ciste semplice assolutamente innocua), II, IIF, III, IV (sospetta neoplasia).

Come si formano le cisti nei reni: cause e fattori di rischio

Le cause della formazione delle cisti renali sono ancora oggi un rompicapo per la medicina, non essendo state individuate con certezza. Però, il fatto che l’incidenza di questa patologia cresca con l’aumentare dell’età del paziente, fa pensare che sia collegata all’invecchiamento dei tessuti renali. Questi, indebolendosi, potrebbero cedere e dar luogo alla formazione di diverticoli, che poi si riempiono di liquido e diventano cisti.

Oltre all’età, fattori di rischio per la formazione delle cisti ai reni sono il sesso maschile, la presenza di pregresse disfunzioni renali e l’ipertensione (pressione alta).

Leggi di più sull’insufficienza renale cronica e sull’insufficienza renale acuta

I sintomi delle cisti ai reni

Per quanto riguarda la sintomatologia che accompagna la formazione delle cisti, bisogna sempre distinguere tra semplici e complesse.

Le cisti semplici sono prevalentemente indolori e asintomatiche. Solo quando diventano di grandi dimensioni o si posizionano in un punto particolare possono provocare:

  • Dolore ai reni, ai fianchi e alla schiena (perché premono su ossa o organi);
  • Rallentamento del flusso sanguigno attraverso i reni;
  • Rallentamento del flusso di urina attraverso gli ureteri;
  • Febbre (a seguito di infezione)
  • Presenza di sangue nelle urine (se scoppiano)
  • Aumento della pressione sanguigna

Tali sintomi, invece, sono molto più frequenti nel caso di cisti complesse.

Come diagnosticare le cisti renali: visite ed esami

Per arrivare ad una corretta diagnosi di cisti renale è necessario rivolgersi ad un medico specialista in nefrologia e sottoporsi ad esami di diagnostica per immagine: ecografia renale, in primis, e, in alternativa, TC o risonanza magnetica.

Prenota gli esami di diagnostica per immagini presso la Clinica Nuova Itor di Roma

Prevenzione e cura della ciste renale

Allo stato attuale delle conoscenze mediche, non essendoci chiarezza sulle cause che portano alla formazione delle cisti renali, non è possibile neanche fissare dei protocolli di prevenzione. Per quanto riguarda le cure di questa patologia, invece, sono diverse le opzioni disponibili. In primo luogo, quando la ciste ai reni è semplice e non dà sintomi, non è necessario asportarla, ma ci si può limitare a monitorarla, per evitare che cresca o si trasformi in una ciste complessa.

Quando, invece, è necessario procedere con l’asportazione della cisti? Sicuramente nel caso di cisti complessa ma anche di fronte a una cisti semplice di grandi dimensioni, che provoca quindi dolore (o si teme possa provocarlo nel breve termine). Le opzioni sono due:

  • scleroterapia;
  • chirurgia.

La scleroterapia

Con la scleroterapia non si rimuove completamente la ciste ma la si rende innocua. Facendosi guidare dall’ecografia e utilizzando un ago lungo e sottile, si raggiunge la ciste e si aspira il liquido che la riempie, sostituendolo poi con una soluzione a base di alcol che la indurisce. Si tratta di una metodica che si svolge in modalità ambulatoriale e in anestesia locale.

L’intervento chirurgico di asportazione della ciste renale

Nel caso si decide di procedere chirurgicamente, invece, la ciste viene completamente rimossa. In una prima fase, si procede a drenare il liquido, come nella scleroterapia. In un secondo momento, però, invece di riempire la ciste con altro liquido, l’involucro viene asportato o bruciato. L’intervento è mininvasivo, perché eseguito in laparoscopia, quindi praticando dei fori di ingresso piccolissimi sull’addome, per introdurre gli strumenti chirurgici necessari. La durata è di circa un’ora e immediatamente dopo l’intervento, il paziente può già essere mobilizzato e alimentarsi autonomamente.

Leggi l’approfondimento sulla dieta per la salute dei reni

Articolo revisionato dal Dottor Nicola Pirozzi, specialista in nefrologia presso la Clinica Nuova Itor di Roma


La Clinica Nuova Itor è Best Eco-Partner 2022 di AMA

La Clinica Nuova Itor è stata ufficialmente nominata Best Eco-Partner di AMA, per aver dimostrato un elevato senso civico e di responsabilità ambientale. Il riconoscimento, che sarà visibile grazie all’apposizione di apposite vetrofanie fornite dalla stessa AMA, identifica tutte quelle attività che dimostrano di avere davvero a cuore la pulizia e il decoro di Roma.

Essere Best Eco-Partner garantirà alla Clinica e ai suoi pazienti un trattamento estremamente qualificato da parte di AMA che, oltre al puntuale servizio di raccolta dei rifiuti, prevede anche l’esecuzione delle periodiche azioni di controllo e verifica con modalità che non intralcino la normale prosecuzione delle attività sanitarie.


osteopatia

Chi è e cosa fa l’osteopata?

La professione di osteopata è una delle più note ma anche meno approfondite del panorama sanitario. Pochi, infatti, sanno definire esattamente cos’è l’osteopatia, cosa fa un’osteopata e quali problemi può risolvere una seduta di trattamento manipolativo osteopatico. Il ruolo dell’osteopatia, però, è molto importante, soprattutto nell’ambito delle terapie di riabilitazione e rieducazione motoria. Per questo, è bene saperne di più.

Da qualche anno, l’osteopatia sta conoscendo una notevole fortuna nell’ambito della rieducazione e della riabilitazione motoria. Sul tema, però, c’è molta confusione, alimentata da scarse conoscenze specifiche. Spesso, infatti, i pazienti sovrappongono la figura dell’osteopata a quella del fisioterapista, facendo confusione tra le due professionalità, oppure attribuiscono all’osteopatia ruoli e funzioni che in realtà non può svolgere. In altre circostanze, al contrario, il valore dell’osteopatia viene svilito, negando la sua reale capacità di intervenire su problematiche concrete dell’apparato muscolo-scheletrico. La soluzione a tanta confusione è fissare alcuni punti chiave, rispondendo alle domande principali sull’argomento:

  • Cos’è l’osteopatia?
  • Cosa fa un0osteopata?
  • Quali disturbi possono essere curati dall’osteopatia?
  • Come si svolge una seduta dall’osteopata?

Cos’è l’osteopatia

L’osteopatia è una terapia rieducativa a scopo riabilitativo, nata negli Stati Uniti tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, che consiste nella manipolazione di specifiche parti del corpo, come schiena, collo e testa. Secondo la definizione che ne dà l’Organizzazione Mondiale della Sanità, va classificata come medicina complementare, che si basa sul contatto manuale ed è adatta a tutte le età, dai bambini agli anziani.

Il cuore dell’osteopatia sta nel suo approccio olistico, che considera il corpo umano come un elemento unico, in cui tutti i sistemi che lo compongono sono strettamente interconnessi, influenzandosi a vicenda. Da tale approccio derivano alcuni principi fondamentali che caratterizzano l’agire dell’osteopata:

  • Fiducia nella capacità di autoregolazione del corpo;
  • Correlazione tra strutture fisiche e funzioni svolte;
  • Necessità di un approccio globale alla cura dei disturbi, che prenda in considerazione i diversi apparati.

Nell’ambito dell’osteopatia, sono ravvisabili quattro approcci:

  • Strutturale: che prevede l’applicazione di manovre finalizzate al rilassamento di muscoli e articolazioni;
  • Fasciale: che si esplica in un’attività palpatoria per rilassare i tessuti miofasciali;
  • Viscerale: che si compone di tecniche finalizzate a rivitalizzare gli organi;
  • Craniale: che agisce sul cranio, stimolandolo a livello di ossa, sistema nervoso, meningi e liquor cefalorachidiano.

Chi è l’osteopata

Alla luce di quanto detto finora, si può definire l’osteopata come colui che pratica l’osteopatia, nell’ambito di una serie più amia di tecniche riabilitative e di rieducazione. Prima di essere osteopati, quindi, si è fisioterapisti o addirittura medici. Infatti, in mancanza di una specifica laurea in medicina o fisioterapia, la conclusione del percorso di formazione in osteopatia (che dura 6 anni) non abilita all’esercizio della professione. Questo perché l’osteopatia non è considerata, in Italia, una professione sanitaria a sé stante ma solo una tecnica che può essere applicata da un professionista dl mondo sanitario. Quindi, dire “vado dall’osteopata” finisce per sminuire la professionalità del fisioterapista o del medico a cui ci si rivolge, che non si esaurisce nella pratica dell’osteopatia.

Fatta questa dovuta precisazione in merito al titolo di studio dell’osteopata, un altro elemento che permette di definire questo professionista è il tipo di attività pratica che mette in atto. Cioè la manipolazione manuale osteopatica. Nel trattamento del paziente, infatti, chi pratica l’osteopatia non utilizza macchinari ma solo le proprie mani. La finalità è quella di ristabilire la corretta mobilità di ossa, muscoli, legamenti e tendini, per migliorare la salute e il benessere complessivo del paziente.

Perché si va dall’osteopata: quali disturbi e patologie può trattare

Come già sottolineato, l’osteopatia può essere utile a tutte le età, dal neonato all’anziano, perché può intervenire in una pluralità di disturbi legati all’apparato muscoloscheletrico, oltre a ricoprire un ruolo anche nei percorsi di riabilitazione e rieducazione motoria.

Tra le problematiche per cui ci si può rivolgere ad un osteopata ci sono:

  • Dolori alla schiena (cervicalgie, lombalgie, sciatalgie)
  • Artrosi
  • Discopatie
  • Cefalee
  • Nevralgie
  • Dolori articolari (anche da trauma)
  • Dolori muscolari (anche da trauma)
  • Disturbi dell’equilibrio
  • Stanchezza cronica

Come funziona una seduta di osteopatia

Predeterminare come si svolge una seduta di osteopatia è praticamente impossibile (così come è difficile predeterminare il numero di sedute necessarie), perché l’osteopata è chiamato a calibrare il suo intervento sulle specifiche necessità del paziente, previa una prima visita con finalità diagnostiche, per capire da dove nasce il problema. Di sicuro, durante la seduta non verranno utilizzati macchinari né somministrati farmaci. Tutte le attività necessarie saranno realizzate manualmente dal professionista, magari con l’ausilio partecipativo del paziente. In alcuni casi, chi si sottopone a una seduta di osteopatia può rimanere stupito dal fatto che l’osteopata non intervenga direttamente sulla zona sofferente ma su altre aree del corpo. In realtà, questo è abbastanza normale alla luce dell’assunto su cui si regge tutta l’osteopatia, cioè la stretta relazione e influenza tra le diverse parti del corpo, per cui, ad esempio, una lombalgia può nascere da un problema di postura dei piedi. L’osteopata non ha interesse ad intervenire sul sintomo ma piuttosto sulla causa. E spesso il lavoro di manipolazione che mette in atto è molto intenso, tanto da provocare nel paziente un diffuso senso di indolenzimento alla fine della seduta, che può protrarsi anche per uno o due giorni ma che è assolutamente fisiologico.

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Articolo revisionato dal Dottor Mauro Papalia, specialista in ortopedia e traumatologia e in fisiatria presso la Clinica Nuova Itor di Roma


dieta per coliche renali

Dieta per calcoli renali: cosa mangiare e cosa evitare

Contro i calcoli renali è fondamentale adottare un’alimentazione corretta. La calcolosi, infatti, è spesso causata o aggravata da una dieta scorretta. Per contrastare i calcoli, quindi, è importante sapere cosa mangiare e non mangiare. Di seguito, e indicazione di alcune buone pratiche alimentari e l’elenco dei cibi consigliati e di quelli da evitare se si soffre di calcoli ai reni.

I calcoli renali (nome scientifico: litiasi renale) sono una patologia molto comune. Si stima, infatti, che ne soffrano il 5% delle donne e il 10% degli uomini, con un altissimo caso di recidiva. Detto in maniera molto semplice, si tratta di piccole calcificazioni di prodotti di scarto del copro umano che si depositano in forma solida lungo l’apparato urinario. Nella maggior parte dei casi, questi sassolini sono composti da ossalato di calcio (80% di chi ne soffre), altrimenti possono essere di fosfato di calcio, acido urico e cistina. Quando si mantengono di piccole dimensioni, la presenza dei calcoli renali può rimanere silente e non dare sintomi, fino a che questa “renella” non viene espulsa attraverso le urine. Il problema, però, sorge quando i calcoli sono di grandi dimensioni e transitano attraverso rene e uretra, perché possono provocare dolori molto forti, che prendono il nome di coliche renali. E inoltre, al dolore si possono anche associare sintomi extra renali, come vomito, nausea e malessere diffuso.

Leggi l’approfondimento dedicato ai calcoli renali

Combattere le coliche renali con una corretta alimentazione

Una volta che la colica renale si manifesta, purtroppo non c’è altro da fare che attendere l’espulsione naturale del calcolo renale tenendo sotto controllo il dolore oppure intervenire per eliminarlo. Ovviamente, però, la cosa migliore sarebbe agire alla radice del problema, facendo in modo che i calcoli non si formino. L’approccio preventivo è fortemente consigliato soprattutto a chi si trova in una condizione di predisposizione alla formazione dei calcoli. E proprio in quest’ottica preventiva, l’alimentazione gioca un ruolo fondamentale soprattutto quando si tratta di calcoli di ossalato di calcio. Proprio la dieta, infatti, influenza lo sviluppo di questa tipologia di “sassolini”. Quindi, sapere cosa è bene mangiare e quali cibi invece evitare può essere di molto aiuto.

Prima di fare degli elenchi (non esaustivi) di alimenti consigliati e vietati per chi soffre di calcolosi renale, è utile fissare alcuni punti generali. Le buone abitudini a cui prestare attenzione per la salute dei propri reni sono le seguenti:

  • bere a sufficienza (almeno 2 litri al giorno), soprattutto acqua oligominerale;
  • limitare il consumo di sale;
  • tenere sotto controllo il peso corporeo e il metabolismo (obesità e sovrappeso sono fattori di rischio molto forti);
  • non esagerare con le proteine di origine animale (sono quindi sconsigliate le diete iperproteiche);
  • prediligere frutta e verdura poco zuccherina;
  • prediligere cibi con pochi grassi saturi e con più grassi monoinsaturi o polinsaturi;
  • cucinare senza grassi aggiunti;
  • preferire la cottura a vapore, in microonde o sulla griglia;
  • limitare il consumo di integratori di vitamina C;
  • evitare il consumo di cibo da fast food.

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Cosa si può mangiare con i calcoli renali

Fatta questa doverosa premessa, ecco un elenco (per forza di cose non esaustivo) degli alimenti che si possono mangiare per contrastare la formazione dei calcoli ai reni.

  • Carboidrati complessi (come pane, riso, patate, avena, orzo e farro)
  • Verdure cotte e crude (ad eccezione di quelle inserite nel successivo elenco dei cibi sconsigliati)
  • Frutta con pochi ossalati, come banane, ciliegie, mele, meloni
  • Carne magra (il pollo senza pelle), ma non più di tre volte a settimana
  • Affettati magri e poco salati
  • Pesce
  • Legumi (possibilmente in associazione con un cereale)
  • Uova
  • Latte e yogurt parzialmente scremati
  • Formaggi freschi

Cosa non si deve mangiare con i calcoli renali

Altrettanto nutrito, però, è l’elenco degli alimenti che vanno evitati, perché possono scatenare o acuire la calcolosi renale.

  • Cibi ad alto contenuto di sale, come tutti quelli che lo utilizzano come metodo di conservazione (ad esempio, capperi e acciughe)
  • Carni grasse, come quella di maiale
  • Selvaggina
  • Molluschi e crostacei
  • Insaccati ricchi di grassi saturi, come salsiccia, salame e mortadella
  • Verdure a foglia verde scura, come spinaci, cavolo verde, rucola, rabarbaro, bietola, barbabietola, pomodori verdi, erba cipollina, prezzemolo, patate dolci, fagioli, sedano
  • Tè (soprattutto se verde)
  • Cacao e cioccolato
  • Frutta secca
  • Frutti di bosco
  • Soia e derivati
  • Bevande alcoliche
  • Bevande zuccherate e/o gassate
  • Snack salati

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ultrasuoni a freddo

Crioultrasuoni, cosa sono e quando vengono utilizzati in fisioterapia

I crioultrasuoni sono uno strumento di nuova generazione che unisce i benefici della crioterapia a quelli della terapia ad ultrasuoni. L’applicazione dei crioultrasuoni in fisioterapia e riabilitazione funzionale consente di trattare con successo numerose patologie, soprattutto nella fase del dolore acuto post traumatico. In questo approfondimento, una panoramica generale sulla crioultrasuonoterapia e sulle sue applicazioni.

Cosa sono i crioultrasuoni, l’incontro tra crioterapia e terapia a ultrasuoni

I crioultrasuoni (o ultrasuoni a freddo) sono alla base di una terapia di recente perfezionamento, utilizzata in fisioterapia e riabilitazione per il trattamento di numerose condizioni, soprattutto per combattere edema e dolore nella fase post traumatica. Il nome rivela chiaramente come i macchinari a crioultrasuoni siano in grado di unire i vantaggi della crioterapia (basata sull’applicazione localizzata del freddo) a quelli della terapia ad ultrasuoni (incentrata sullo sfruttamento delle onde sonore). La sinergia tra questi due approcci consente di ottenere tutti i benefici tipici degli ultrasuoni ma mitigandone il cosiddetto effetto termico e le relative complicanze. Inoltre, le basse temperature, oltre ad esplicare propri effetti benefici, migliorano la capacità di trasmissione degli ultrasuoni. La crioultrasuonoterapia si realizza con un apposito macchinario, dotato di una testa mobile che viene appoggiata sulla pelle del paziente, nella zona da trattare, e attivata con movimento circolare dal fisioterapista.

Effetti, vantaggi e controindicazioni della terapia con ultrasuoni a freddo

Come anticipato, l’applicazione della crioultrasuonoterapia è particolarmente indicata nelle fasi post traumatiche, sia acuta che sub-acuta, perché attiva un utile processo di vasocostrizione, con vasodilatazione dei tessuti superficiale e riduzione della circolazione negli strati più profondi.

Gli ultrasuoni a freddo, quindi, permettono di ottenere:

  • Riduzione del dolore (azione analgesica e antidolorifica);
  • Riduzione della perdita di sangue (azione emostatica);
  • Riduzione dell’edema (azione antiedemigena).

Nel complesso, quindi, gli ultrasuoni a freddo contrastano efficacemente l’infiammazione, consentendo al paziente un recupero migliore e più rapido.

Le uniche controindicazioni sono legate all’inapplicabilità dei crioultrasuoni a persone affette dalle seguenti patologie:

  • osteoporosi in forma grave;
  • tumori,
  • tromboflebiti;
  • epifisi fertili.

Inoltre, la crioultrasuonoterapia è sconsigliata alle donne in gravidanza e ai portatori di pacemaker.

I trattamenti di crioultrasuonoterapia

Visti i suoi notevoli benefici, nei percorsi di fisioterapia e riabilitazione, la terapia a ultrasuoni a freddo si rivela utile per trattare numerose patologie, tra cui:

  • degenerazioni dei tessuti molli;
  • tendiniti e rotture tendinee;
  • borsiti;
  • epicondiliti;
  • talloniti;
  • capsuliti;
  • distorsioni e distrazioni muscolari;
  • traumi.

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