ultrasuoni a freddo

Crioultrasuoni, cosa sono e quando vengono utilizzati in fisioterapia

I crioultrasuoni sono uno strumento di nuova generazione che unisce i benefici della crioterapia a quelli della terapia ad ultrasuoni. L’applicazione dei crioultrasuoni in fisioterapia e riabilitazione funzionale consente di trattare con successo numerose patologie, soprattutto nella fase del dolore acuto post traumatico. In questo approfondimento, una panoramica generale sulla crioultrasuonoterapia e sulle sue applicazioni.

Cosa sono i crioultrasuoni, l’incontro tra crioterapia e terapia a ultrasuoni

I crioultrasuoni (o ultrasuoni a freddo) sono alla base di una terapia di recente perfezionamento, utilizzata in fisioterapia e riabilitazione per il trattamento di numerose condizioni, soprattutto per combattere edema e dolore nella fase post traumatica. Il nome rivela chiaramente come i macchinari a crioultrasuoni siano in grado di unire i vantaggi della crioterapia (basata sull’applicazione localizzata del freddo) a quelli della terapia ad ultrasuoni (incentrata sullo sfruttamento delle onde sonore). La sinergia tra questi due approcci consente di ottenere tutti i benefici tipici degli ultrasuoni ma mitigandone il cosiddetto effetto termico e le relative complicanze. Inoltre, le basse temperature, oltre ad esplicare propri effetti benefici, migliorano la capacità di trasmissione degli ultrasuoni. La crioultrasuonoterapia si realizza con un apposito macchinario, dotato di una testa mobile che viene appoggiata sulla pelle del paziente, nella zona da trattare, e attivata con movimento circolare dal fisioterapista.

Effetti, vantaggi e controindicazioni della terapia con ultrasuoni a freddo

Come anticipato, l’applicazione della crioultrasuonoterapia è particolarmente indicata nelle fasi post traumatiche, sia acuta che sub-acuta, perché attiva un utile processo di vasocostrizione, con vasodilatazione dei tessuti superficiale e riduzione della circolazione negli strati più profondi.

Gli ultrasuoni a freddo, quindi, permettono di ottenere:

  • Riduzione del dolore (azione analgesica e antidolorifica);
  • Riduzione della perdita di sangue (azione emostatica);
  • Riduzione dell’edema (azione antiedemigena).

Nel complesso, quindi, gli ultrasuoni a freddo contrastano efficacemente l’infiammazione, consentendo al paziente un recupero migliore e più rapido.

Le uniche controindicazioni sono legate all’inapplicabilità dei crioultrasuoni a persone affette dalle seguenti patologie:

  • osteoporosi in forma grave;
  • tumori,
  • tromboflebiti;
  • epifisi fertili.

Inoltre, la crioultrasuonoterapia è sconsigliata alle donne in gravidanza e ai portatori di pacemaker.

I trattamenti di crioultrasuonoterapia

Visti i suoi notevoli benefici, nei percorsi di fisioterapia e riabilitazione, la terapia a ultrasuoni a freddo si rivela utile per trattare numerose patologie, tra cui:

  • degenerazioni dei tessuti molli;
  • tendiniti e rotture tendinee;
  • borsiti;
  • epicondiliti;
  • talloniti;
  • capsuliti;
  • distorsioni e distrazioni muscolari;
  • traumi.

Unità specialistica di riabilitazione funzionale | Clinica Nuova Itor Roma

 

Articolo revisionato dal Dottor Mauro Papalia, specialista in ortopedia e traumatologia presso la Clinica Nuova Itor di Roma


operazione cataratta

L’intervento di cataratta in sintesi: quello che c’è da sapere

L’interventi di cataratta, per l’asportazione e la sostituzione del cristallino opacizzato, è un’operazione di chirurgia oculista piuttosto semplice ma che può destare preoccupazione nel paziente. Conoscere meglio i dettagli su come si svolge e qual è il decorso post operatorio è utile a superare i timori.

La cataratta è una patologia degli occhi che comporta un’opacizzazione del cristallino, la lente trasparente che si trova all’interno del bulbo oculare, tra la pupilla e il corpo vitreo. Di solito, la cataratta si manifesta dopo i 65 anni, perché il processo di deterioramento del cristallino è legato all’avanzare dell’età. Esistono, però, casi di cataratta precoce (o giovanile), che possono avere carattere ereditario o essere conseguenza di malattie sistemiche, come il diabete, o di traumi.

Per sapere di più sulla cataratta, leggi l’approfondimento dedicato

Allo stato attuale delle conoscenze mediche, non esistono terapie che consentono di rallentare la progressione della cataratta o addirittura di risolverla completamente, ridonando trasparenza al cristallino. L’unica possibilità di cura è uno specifico intervento di chirurgia oculare. Di seguito, una breve guida che ne approfondisce gli elementi essenziali.

Come avviene l’intervento di cataratta: dalla preparazione alle dimissioni

L’intervento di cataratta prevede la rimozione del cristallino naturale opacizzato e la sua sostituzione con una lente artificiale. Si tratta di un’operazione di tipo ambulatoriale, piuttosto rapida e considerata ormai un intervento di routine nei reparti di oculistica. Prima di sottoporsi all’intervento chirurgico, però, è opportuno conoscere le attività preparatorie che devono essere eseguite (e che vengono comunicate dal medico che procederà all’operazione) e le varie fasi di svolgimento.

La preparazione degli occhi all’intervento

La fase di preparazione degli occhi all’intervento è molto importante. Solitamente, infatti, al momento della programmazione dell’operazione, al paziente viene consegnato un documento dettagliato che indica i colliri da mettere, con relativi dosaggi e tempistiche di somministrazione. Si tratta di una profilassi antibiotica e antinfiammatoria che ha lo scopo di evitare il rischio di infiammazioni e di complicanze post-operatorie. Inoltre, se lo ritiene necessario, l’oculista potrà richiedere l’esecuzione di esami di laboratorio di routine  e/o specifici. Infine, è necessario informare il medico oculista di eventuali terapie farmacologiche in atto, per dargli modo di valutare l’opportunità o meno della loro sospensione nel periodo immediatamente a ridosso dell’intervento.

Cosa fare il giorno dell’operazione

Per quanto riguarda le prescrizioni relative al giorno dell’intervento di cataratta, non ci sono indicazioni particolari sul come vestirsi, anche se ovviamente è preferibile indossare indumenti comodi e pratici. Per le donne, è meglio evitare il trucco al viso. È importante, però, munirsi di occhiali da sole, da utilizzare subito dopo l’operazione, ed è preferibile farsi accompagnare da una persona di fiducia. Inoltre, nelle cinque ore che precedono l’intervento può essere consumato un pasto leggero.

Come si svolge l’intervento di cataratta: anestesia e rimozione e sostituzione del cristallino

Le moderne tecniche di chirurgia hanno reso l’intervento di cataratta  non doloroso, pur se con impiego di alta tecnologia. Viene infatti realizzato in anestesia locale se il paziente è collaborativo. L’anestetico viene somministrato direttamente sull’occhio, per mezzo di un collirio. Una volta ottenuto l’effetto anestetizzante, il chirurgo oculista procede con l’incisione corneale che gli permette di raggiungere il cristallino opacizzato e di frammentarlo, utilizzando una sonda ad ultrasuoni detta facoemulsificatore. A questo punto, il vecchio cristallino può essere aspirato e il medico procede all’inserimento di quello artificiale. Complessivamente, l’intervento di cataratta dura circa 20 minuti. È bene precisare che l’operazione non richiede solitamente l’applicazione di punti di sutura. Oltre la tecnica di facoemulsificazione, è disponibile anche una opzione, che non prevede l’uso di bisturi ma del laser. Il principio di azione, però, è lo stesso.

Quanto costa l’intervento

Se eseguito privatamente, l’intervento di cataratta può avere costi variabili. Presso la Clinica Nuova Itor di Roma (Pietralata) è possibile eseguirlo in convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale, pagando il solo ticket stabilito a livello regionale.

Convalescenza e terapia post-intervento alla cataratta

Svolgendosi in modalità ambulatoriale, dopo un’ora dal completamente dell’intervento, il paziente viene rimandato a casa dove svolge tutta la fase della convalescenza e del decorso post-operatorio, durante i quali è molto importante seguire con attenzione le prescrizioni mediche, che si risolvono essenzialmente nell’applicazione di colliri e gel antibiotici (per circa un mese). Nelle prime ore successive all’operazione, l’occhio viene protetto da urti e agenti esterni grazie all’applicazione di una conchiglia trasparente, che potrà poi essere sostituito dall’uso di occhiali da sole. Non è invece prevista, di solito, l’applicazione di un bendaggio. Durante questa prima fase (2-3 ore) è normale avvertire un leggero fastidio all’occhio (come quando si irrita in presenza di sapone o polvere). Dopo 4-5 ore si comincerà a riacquisire una buona capacità visiva. Durante i primi giorni post-intervento è bene prestare attenzione e proteggere l’occhio dalla luce e dagli agenti esterni. Inoltre, si deve evitare di sollevare pesi ed effettuare attività fisica intensa per almeno una settimana.

Le possibili complicanze post-operatorie

Pur trattandosi di un intervento con un buon livello di sicurezza, anche l’operazione alla cataratta può presentare delle controindicazioni e delle complicanze. Nel primo caso, è sconsigliato procedere (se non previa attenta valutazione da parte dello specialista) in presenza delle seguenti situazioni:

  • diabete;
  • glaucoma;
  • patologie della cornea;
  • patologie della retina.

Tra i possibili effetti post-operatori indesiderati invece, ci sono:

  • aumento della pressione intraoculare (abbastanza frequente e non preoccupante se temporaneo);
  • emorragie;
  • infezioni.

È normale non vedere bene dopo la cataratta?

La maggior parte dei dubbi e delle preoccupazioni di chi deve operarsi alla cataratta sono legate al recupero della vista dopo l’intervento. Anche perché, subito dopo l’intervento, possono verificarsi alcuni disturbi visivi, raccolti nella lista che segue.

“Non vedo bene da vicino o da lontano”

Come già detto, per tornare a una buona capacità visiva servono almeno 24 ore, ma per godere degli effetti pieni dell’operazione è necessario aspettare qualche giorno. È bene però sottolineare che la rimozione della cataratta migliora la vista, ma può aver bisogno id una successiva correzione ottica mediante occhiali.

“Vedo appannato o annebbiato”

L’appannamento della vista nei giorni seguenti all’intervento è giustificato dall’operazione stessa, che rappresenta comunque un “trauma” per l’occhio, che ha bisogno di tempo per riprendersi. Non serve quindi preoccuparsi, purché si seguano pedissequamente le indicazioni mediche sull’applicazione dei colliri e ci si rechi alle visite di controllo programmate. In questo modo, infatti, l’oculista ha la possibilità di verificare che l’annebbiamento della vista non sia dovuto a un’infezione post-operatoria.

“Vedo doppio”

Anche questa è un’eventualità assolutamente normale nel decorso post-operatorio. E anche in questo caso l’unica cosa da fare è seguire alla lettera le indicazioni mediche e pazientare.

“Vedo mosche volanti, moscerini e puntini neri”

Quelli che vengono comunemente definite mosche volanti sono addensamenti del vitreo che provocano una diminuzione della trasparenza. Quindi si tratta di un disturbo che non ha niente a che fare con il cristallino e quindi non ci si deve aspettare che scompaia dopo la rimozione della cataratta.

“Vedo aloni intorno alle luci”

La visione di bagliori o aloni in corrispondenza delle fonti luminose è un ulteriore realtà ricorrente nel post-cataratta e può protrarsi anche per alcuni mesi.

Articolo revisionato dal Dottor Vittorio Picardo, Responsabile della Unità Operativa di Oculistica presso la Clinica Nuova Itor

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cataratta

Cataratta: sintomi, cause e cura dell’opacizzazione del cristallino

La cataratta è una patologia molto diffusa, soprattutto in età avanzata, che si manifesta con sintomi progressivi e e può scaturire da diverse cause. L’opacizzazione del cristallino viene ormai facilmente trattata con la chirurgia oculare, utilizzando gli ultrasuoni per eliminare la lente usurata e sostituendola con una artificiale. L’importante, però, è rivolgersi ad uno specialista appena si avvertono i primi segnali della cataratta, per effettuare i dovuti esami diagnostici.

Vista offuscata, colori sbiaditi, intolleranza verso la luce troppo forte. Troppo spesso, in presenza di sintomi di questo tipo, si dà la colpa ad occhiali che non fanno più bene il loro lavoro o a uno stato di eccessiva stanchezza. Invece, potrebbe trattarsi di una malattia specifica: la cataratta. Nulla di particolarmente grave, ma comunque un disturbo su cui è utile intervenire prima che progredisca eccessivamente.

Cos’è la cataratta

La cataratta è una patologia dell’occhio piuttosto comune, soprattutto nelle persone di età avanzata. La sua definizione è semplice: è un’opacizzazione del cristallino, cioè della lente trasparente che si trova all’interno del bulbo oculare, dietro la pupilla. Il compito principale del cristallino è quello di mettere a fuoco gli oggetti e permetterne la visione nitida. Questa lente, infatti, è capace di variare la propria curvatura, e quindi la propria capacità di refrazione della luce, a seconda della distanza a cui si trova ciò che si vuole vedere. Un cristallino opacizzato a causa della cataratta, però, funziona male e quindi rende la visione meno nitida. Inoltre, visto che la cataratta è una patologia progressiva, il rischio è di vedere sempre peggio con il passare del tempo.

Le diverse tipologie di cataratte

In oculistica, esistono vari criteri per classificare la cataratta. La prima divisione possibile di questa patologia è tra:

  • cataratta monolaterale, cioè ad un solo occhio;
  • cataratta bilaterale, quando invece colpisce entrambe gli occhi (la realtà più comune).

Altre tipologie sono quelle che fanno riferimento al punto del cristallino in cui si verifica l’opacizzazione:

  • cataratta nucleare, che interessa la zona centrale;
  • cataratta sub-capsulare anteriore, che si localizza nei pressi della capsula, nella zona anteriore;
  • cataratta sub-capsulare posteriore, che riguarda sempre la zona vicina alla capsula, ma nella parte posteriore;
  • cataratta corticale, che coinvolge gli strati esterni della lente.

Anche l’età di manifestazione della patologia è un criterio che permette di distinguere due tipologie:

  • cataratta senile, che si manifesta dopo i 65 anni (la più comune, considerando che dopo i 75 anni, il 90% delle persone sviluppano questa patologia);
  • cataratta giovanile (o precoce), che può comparire anche a 30, 40 o 50 anni.

Ulteriore classificazione, poi, è quella basata sullo stadio e sulla velocità di avanzamento dell’opacizzazione. In questo caso, si parla di:

  • cataratta iniziale, quando l’opacità è limitata ad una zona specifica del cristallino e non è particolarmente intensa;
  • cataratta matura, quando interessa l’intera lente e comporta un’opacità marcata, tanto da rendere il cristallino quasi bianco (cataratta bianca);
  • cataratta ipermatura (o margagnana), quando il cristallino assume un colore che tende al marrone (cataratta bruna o brunescente) e la sua struttura tende ad ammorbidirsi perché impregnata di acqua (cataratta intumescente).

Quando il passaggio tra i diversi stadi avviene rapidamente, si può parlare anche di cataratta incipiente, cioè che peggiora in modo veloce.

Come si vede con la cataratta: i sintomi che consentono di riconoscerla

Come già specificato, l’effetto prevalente della cataratta è quello di provocare un peggioramento della vista, che va di pari passo con l’avanzare dell’opacizzazione e  che, nelle persone che indossano occhiali, rende questi ultimi alla fine poco efficaci.

Ma come vede una persona che ha la cataratta? I segnali principali sono:

  • Alterazione o sbiadimento dei colori (riduzione della percezione del contrasto)
  • Immagini sfocate
  • Vista annebbiata
  • Aloni luminosi
  • Sensibilità alla luce intensa
  • Modificazione del difetto visivo.

I sintomi descritti, però, non si manifestano necessariamente tutti in contemporanea e la loro presenza dipende anche dalla tipologia di cataratta. In genere, i sintomi iniziali sono molto blandi, a volte impercettibili. Addirittura, in alcuni casi, la cataratta, nelle fasi iniziali, porta un miglioramento della vista da vicino.

Perché viene la cataratta: le cause e i fattori di rischio

Da un punto di vista fisiologico, la cataratta è provocata dall’ossidazione e aggregazione delle proteine che compongono il cristallino. Le cause che scatenano questo processo sono molteplici. La più ricorrente è il naturale invecchiamento dovuto all’avanzare dell’età (la già menzionata cataratta senile). In questo caso, si parla di cataratta primaria, perché non legata a specifiche ragioni esterne. In alcuni casi, questa forma primaria della malattia può presentarsi già alla nascita o poco dopo; si tratta di rari casi di cataratta congenita. Un’ipotesi che va tenuta distinta dalla cataratta ereditaria, che è semplicemente quella che si verifica in chi ha una storia familiare di predisposizione alla patologia.

L’usura fisica, però, non è l’unico motivo che porta all’opacizzazione del cristallino. Tale realtà può anche essere la conseguenza di altre patologie, specifiche dell’occhio o sistemiche (cataratta secondaria). Le più frequenti sono:

  • Traumi dell’occhio;
  • Infiammazioni oculari (come l’uveite e la retinite)
  • Glaucoma
  • Diabete e scompenso glicemico
  • Assunzione di farmaci a base di cortisone
  • Somministrazione di farmaci chemioterapici
  • Ipotiroidismo e ipertiroidismo
  • Ipocalcemia

Altre situazioni, invece, rappresentano fattori di rischio che possono facilitare l’insorgenza dell’opacizzazione:

  • Errata alimentazione (povera di frutta e verdura);
  • Tabagismo;
  • Abuso di alcol;
  • Esposizione eccessiva ai raggi X e ai raggi UV

La diagnosi della cataratta all’occhio

Per diagnosticare correttamente la cataratta è necessario rivolgersi ad un medico oculista che provvederà a svolgere gli accertamenti necessari:

  • Esame dell’acuità visiva: normale test di misurazione della vista, che consiste nella lettura, con un occhio alla volta, di un cartellone con lettere di varie dimensioni posto a una distanza predeterminata;
  • Biomicroscopia con lampada fessurata: consente di osservare il bulbo oculare, in particolare cornea, iride e cristallino;
  • Esame del fondo oculare con oftalmoscopio: permette di ispezionare la parte posteriore dell’occhio.

Curare la cataratta: prevenzione e trattamento chirurgico

Allo stato attuale delle conoscenze mediche, l’unica possibilità di cura per la cataratta è rappresentata dall’intervento chirurgico, che comporta la rimozione del cristallino opacizzato (previa demolizione tramite ultrasuoni) e la sua sostituzione con una lente artificiale. Si tratta di un intervento ambulatoriale, eseguito in anestesia locale e della durata di pochi minuti. Anche il decorso post-operatorio è piuttosto semplice e rapido. Inoltre, da alcuni anni si sta diffondendo anche la cosiddetta chirurgia della cataratta al laser, in cui il bisturi è sostituito da un laser a femtosecondi (da qui anche il nome di femtocataratta).

Leggi l'approfondimento dedicato all'intervento di cataratta

Non esistono, invece, terapie farmacologiche che permettono di prevenire o curare l’insorgenza della patologia. In una logica di prevenzione, ciò che è possibile fare è solo agire sui fattori di rischio o sulle patologie che possono provocare la cataratta secondaria:

  • Evitare fumo e alcol
  • Curare l’alimentazione
  • Tenere sotto controllo la glicemia (se si è diabetici)
  • Evitare traumi oculari
  • Indossare regolarmente occhiali da sole all’aperto

Articolo revisionato dal Dottor Vittorio Picardo, Responsabile della Unità Operativa di Oculistica presso la Clinica Nuova Itor

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blocco renale

Calcoli renali: cosa sono, perché si formano e come prevenirli e curarli

La formazione di calcoli renali è una patologia piuttosto diffusa che causa un forte dolore (colica renale) e può anche provocare infezioni ai reni. Le cause della calcolosi renale sono spesso legate a familiarità genetica o all’adozione di cattive abitudini alimentari. Per questo motivo, la prevenzione dei calcoli ai reni è la prima strada da seguire per evitare il problema. Per il trattamento della malattia, invece, la medicina ha ormai a disposizione diverse soluzioni chirurgiche non invasive.

Cos’è la litiasi renale e da cosa sono composti i calcoli ai reni

Chi ci è passato lo sa bene: il dolore provocato dai calcoli ai reni, nella sua fase acuta, è molto forte, praticamente irresistibile. Anche per questo motivo, la calcolosi renale è una patologia che suscita molto interesse e desiderio di saperne di più. D’altra parte, è una malattia con un’incidenza piuttosto alta. Infatti, si stima che ne soffrano circa il 10% degli uomini e il 5% delle donne, generalmente con età compresa tra i 30 e i 50 anni. In Italia, sono circa 100mila i nuovi casi ogni anno, con un alto tasso di recidive. Numeri che giustificano la necessità di approfondire il tema, capendo meglio quali sono le cause che portano alla formazione dei calcoli ai reni, di cosa sono composti questi piccoli ma fastidiosi sassolini, quali sono i sintomi della patologia e quali sono le possibili misure di prevenzione e le terapie di cura.

Il nome scientifico della calcolosi è litiasi renale, o anche nefrolitiasi. Definirla nei suoi tratti essenziali è piuttosto semplice. Si tratta, infatti, della formazione all’interno dei reni dei cosiddetti calcoli, ovvero dei piccoli sassolini composti da un concentrato delle sostanze che normalmente si trovano nelle urine. Nella maggior parte dei casi, si tratta di calcoli di ossalato di calcio, ma possono essere anche costituiti da fosfato di calcio, acido urico e cistina (molto rari). La differente composizione incide parzialmente sulle modalità di diagnosi e di trattamento. I calcoli di acido urico, ad esempio, sono radiotrasparenti e quindi possono essere individuati solo con ecografia, mentre risultano impercettibili con una radiografia standard.

Una volta formatisi, nella maggior parte dei casi, i calcoli vengono espulsi naturalmente dall’organismo attraverso le vie urinarie. Il transito di questi sassolini tra il rene e l’uretra, però, può provocare forte dolore (colica renale), soprattutto se sono piuttosto grandi. Inoltre, in alcuni casi, i calcoli possono rimanere incastrati nel rene o nell’uretra e dare luogo ad infezioni.

Unità Specialistica di Nefrologia a Roma – Clinica Nuova Itor

Come si formano i calcoli renali e quali sono le cause

Il principio che porta alla formazione dei calcoli renali è molto semplice: quando una sostanza nelle urine è presente in eccesso (quindi è molto concentrata) tende a non diluirsi e a depositarsi sul fondo dei reni, appunto sottoforma di sassolini-calcoli. La causa della calcolosi, quindi, è da ricercarsi in questa eccessiva concentrazione di sostanze comunque normalmente presenti nelle urine.

A far aumentare in modo patologico tale concentrazione possono concorrere diversi fattori:

  • Familiarità ed ereditarietà: chi ha una storia familiare di persone colpite da calcoli renali ha più probabilità di soffrire dello stesso disturbo
  • Disidratazione: non bere un sufficiente quantitativo di acqua durante la giornata (soprattutto in presenza di alte temperature esterne) può rendere le urine troppo concentrare e indurre la litiasi renale
  • Scorretta alimentazione: l’assunzione eccessiva di proteine, sale e zuccheri può facilitare la formazione dei calcoli renali
  • Recidività: se si hanno avuti episodi di coliche renali è possibile che si ripresenti lo stesso problema, soprattutto e non si agisce in un’ottica di prevenzione

Inoltre, lo sviluppo dei calcoli renali può essere collegato alla presenza di altre patologie, pregresse o coesistenti:

  • Infiammazioni dell’intestino;
  • Diarrea cronica;
  • Iperparatiroidismo;
  • Cistinuria,
  • Acidosi tubulare renale

I sintomi della calcolosi: come riconoscere il dolore delle coliche renali

Il sintomo più noto ed evidente della calcolosi è la colica renale, che coincide con il passaggio del “sassolino” lungo le vie urinarie, per essere espulso. Si tratta di un dolore acuto, avvertito tra l’addome e la regione lombare della schiena, che insorge improvvisamente e può durare anche alcune ore.

Alla colica renale possono associarsi altri sintomi:

  • Senso di irrequietezza (che porta alla necessità di muoversi continuamente in cerca di una posizione che dia sollievo);
  • Nausea;
  • Minzione frequente e dolorosa;
  • Presenza di sangue nelle urine.

Se il calcolo rimane incastrato nel rene, la litiasi può degenerare in infezione renale, provocando febbre, senso di stanchezza e di debolezza, urina torbida.

Come diagnosticare i calcoli ai reni: analisi ed esami

La diagnosi dei calcoli ai reni necessita dell’intervento di un medico specialista in nefrologia, che assegnerà l’esecuzione delle analisi e degli esami più idonei.

Per quanto riguarda le analisi di laboratorio, possono essere eseguite:

  • Analisi del sangue - esami ematochimici, per verificare il livello di presenza nel sangue di determinate sostanze, potenzialmente responsabili di calcolosi
  • Analisi delle urine, classico (una raccolta) o delle 24 ore (con due raccolte)

Dal punto di vista della diagnostica per immagine, invece, possono rivelarsi utili:

  • Ecografia
  • TAC
  • Urografia endovenosa

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Prevenzione e cura dei calcoli renali

Come già anticipato, nella maggior parte dei casi, i calcoli renali vengono espulsi dall’organismo attraverso l’apparato urinario. L’obiettivo medico, quindi, è favorire questo passaggio, facendo in modo che il paziente soffra il minor dolore possibile. A tale scopo, è consigliabile bere molto e possono essere assunti farmaci antidolorifici (previa prescrizione medica).

Invece, nel caso in cui i calcoli siano troppo grandi per un’espulsione autonoma, il medico valuta la possibilità di intervenire per rimuoverli. L’innovazione tecnologica permette oggi una molteplicità di interventi a carattere mininvasivo, lasciando alla vecchia chirurgia aperta il ruolo residuale di ultima ratio. Le opzioni di intervento disponibili per la cura della calcolosi sono i seguenti.

  • Litotripsia extracorporea ad onde d’urto: intervento ambulatoria durante il quale i calcoli vengono colpiti e frantumati con delle onde d’urto, fatte passare attraverso pelle e tessuti, in modo da diminuirne la dimensione e consentirne l’espulsione.
  • Nefrolitotomia percutanea: un intervento utilizzato per rimuovere calcoli di grandi dimensioni, che consiste nel praticare un incisione chirurgica sulla schiena, in modo da raggiungere direttamente il rene e rimuovere la causa del disturbo.
  • Ureteroscopia: intervento utile per calcolosi localizzate negli ureteri, che non comporta nessuna incisione ma il passaggio di un uretoscopio attraverso vescia e uretra, per raggiungere il calcolo e asportarlo.
  • Chirurgia a cielo aperto. Usata in casi limitatissimi in cui sia sconsigliabile l’uso degli altri interventi, prevede l’accesso dall’addome per la rimozione dei calcoli.

È necessario, però, sottolineare come la più efficace arma contro la formazione dei calcoli renali sia l’adozione di adeguate misure di prevenzione, che passano soprattutto attraverso l’adozione di una dieta corretta e l’attenzione a bere abbastanza acqua (cosiddetta terapia idropinica). Sotto il profilo dell’alimentazione, però, è bene farsi seguire da uno specialista, perché l’approccio deve essere differenziato a seconda del tipo di calcolosi a cui si è più esposti.

 


Laserterapia e riabilitazione, i benefici del laser in fisioterapia

La laserterapia è una terapia fisica molto utilizzata in ambito fisioterapico e riabilitativo visti i suoi numerosi benefici e gli effetti collaterali praticamente nulli. In questo approfondimento, viene spiegato come funziona una seduta di laserterapia, quali sono i suoi effetti e per quali disturbi può essere utilizzata.

La gamma di possibili utilizzi terapeutici del laser è molto ampia. Sotto la generica etichetta di laserterapia, quindi, rientrano trattamenti anche molto diversi tra loro, che abbracciano diverse specializzazioni della medicina, anche con finalità chirurgiche. Ad esempio, l’impiego del laser è molto diffuso in oculistica, per riparare la retina o correggere la miopia, ma anche in dermatologia, per la rimozione degli inestetismi della pelle. Non fanno eccezione la fisioterapia e la riabilitazione, che fanno frequentemente ricorso al laser, soprattutto per trattare il dolore e le infiammazioni. Ciò che accomuna le diverse forme di laserterapia è lo sfruttamento delle proprietà dell’energia (radiazioni elettromagnetiche) emessa dalla luce laser.

Quando si utilizza la laserterapia in fisioterapia

Venendo nello specifico al ruolo della laserterapia nei percorsi di fisioterapia e riabilitazione, questa viene utilizzata soprattutto nei casi di:

  • Artrosi e artrite reumatoide
  • Borsite
  • Capsulite
  • Epicondilite
  • Tendinite e tendinopatia
  • Tunnel carpale
  • Nervo sciatico
  • Discopatia
  • Sciatalgia, lombalgia e lombosciatalgia
  • Distorsione
  • Stiramento
  • Strappo muscolare
  • Dolore neuropatico
  • Gomito del tennista
  • Fascite
  • Linfedema
  • Condizioni acute post-chirurgiche

I benefici della laserterapia in riabilitazione

In tutti questi casi, l’impiego fisioterapico della laserterapia è finalizzato al raggiungimento di uno o più dei seguenti benefici:

  • Riduzione dell’infiammazione (effetto antinfiammatorio)
  • Riduzione del dolore (effetto analgesico)
  • Aumento dell’attività metabolica
  • Riduzione di versamenti ed ematomi
  • Stimolazione della cicatrizzazione (biostimolazione)
  • Aumento della vasodilatazione
  • Stimolazione del linfodrenaggio

Come funziona la laserterapia antalgica e antinfiammatoria

Da un punto di vista pratico e operativo, i trattamenti di laserterapia sono piuttosto semplici e si risolvono nell’applicazione della luce laser, continuativa o pulsata, sull’area interessata, utilizzando un apposito strumento. Di solito, durante la seduta il fisioterapista fa stendere il paziente su un lettino. Infine, è bene precisare che la laserterapia non richiede particolari preparazioni e non dà dolore durante il suo svolgimento.

Quanto dura una seduta?

A seconda delle esigenze, una seduta di laserterapia può durare dai 10 ai 20 minuti.

Quante sedute servono e con che frequenza?

Per quanto riguarda il numero di sedute di laserterapia necessarie per ottenere i risultati desiderati, non è possibile predeterminarle in astratto ma vanno valutate caso per caso. A seconda del disturbo che deve essere trattato, della sua gravità e della reattività fisica del paziente, il periodo di trattamento può essere più o meno lungo. Discorso analogo per la frequenza, anche se solitamente è consigliata un’applicazione del laser giornaliera o almeno trisettimanale.

Controindicazioni e possibili effetti collaterali della laserterapia

Essendo un trattamento molto semplice e non invasivo, la laserterapia può essere applicata alla quasi totalità dei pazienti. Questa terapia, infatti, presenta controindicazioni solo per le donne in gravidanza, i malati oncologici, i malati di epilessia e i portatori di pacemaker di vecchia generazione.

Discorso analogo per quanto riguarda gli effetti collaterali, che sono molto limitati. Solo occasionalmente possono manifestarsi localmente arrossamenti, pruriti e piccoli edemi.

Articolo revisionato dal Dottor Mauro Papalia, specialista in ortopedia e traumatologia presso la Clinica Nuova Itor di Roma


Lava & Vinci, il quiz per celebrare la Giornata mondiale dell'igiene delle mani

Il 5 maggio si celebra la Giornata mondiale dell'igiene delle mani. Un'occasione internazionale per sensibilizzare operatori sanitari, pazienti e caregiver sull'importanza di lavare e disinfettare correttamente le mani per garantire la salute propria e altrui. Il lavaggio corretto delle mani, infatti, sembra un gesto banale ed innocuo ed invece, in alcune circostanze, può salvare la vita. I due ani di pandemia da Covid-19 hanno sicuramente contribuito ad aumentare questa consapevolezza e a diffondere atteggiamenti virtuosi che ora non vanno abbandonati.

Un quiz interattivo per imparare le buone pratiche igieniche

In occasione della Giornata mondiale dell'igiene delle mani, la Clinica Nuova Itor ha deciso di lanciare e promuovere un quiz interattivo dedicato al tema. Un'iniziativa che punta a diffondere buone pratiche igieniche e a fare formazione in un modo creativo e divertente. Il test sarà indirizzato sia agli operatori sanitari che ai pazienti e ai loro caregiver e prevede anche l'assegnazione di premi ai migliori concorrenti.

Il quiz per gli operatori sanitari

Il quiz per gli operatori sanitari è articolato in tre livelli, da svolgere lungo un'intera settimana. Alle domande si acede mediante un QR code, diverso per ogni reparto. I finalisti di ciascun reparto avranno in premio una felpa personalizzata e potranno accedere al round finale, per giocarsi il superpremio: una cena in un ristorante stellato.

Il quiz per pazienti e caregiver

Il quiz per pazienti e caregiver della clinica, invece, è in calendario proprio per il 5 maggio. In questo caso il premio in palio è un gel idroalcolico.


glaucoma occhio

Glaucoma, un pericoloso nemico degli occhi e della vista

Il glaucoma è una grave patologia degli occhi che colpisce il nervo ottico, provocandone la degenerazione. È tra le prime cause di cecità. Gli esiti nefasti del glaucoma, però, possono essere evitati intervenendo tempestivamente. Ecco perché è fondamentale conoscere e questo nemico degli occhi, analizzandone le possibili cause, i sintomi e le terapie. Di seguito, un approfondimento in 9 domande e risposte.

Cos’è il glaucoma

Il glaucoma è una patologia degenerativa dell’occhio, che colpisce il nervo ottico e che può danneggiare notevolmente la vista. Nel mondo, rappresenta una delle principali cause di cecità. Cioè che accade in un occhio affetto da glaucoma è che l’umor acqueo (cioè il liquido oculare) non viene eliminato adeguatamente perché i canali di drenaggio sono parzialmente ostruiti; questo provoca un aumento della pressione dell’occhio e un conseguente danno al nervo ottico.

In realtà, bisognerebbe parlare di glaucoma al plurale, perché ne esistono diverse tipologie. I due principali tipi sono:

  • Glaucoma ad angolo aperto: l’ostruzione dei canali di drenaggio oculare è lento, graduale e soprattutto non visibile;
  • Glaucoma ad angolo chiuso: l’ostruzione è legata ad altri fattori e può avvenire in modo lento e progressivo (glaucoma ad angolo chiuso cronico) o improvviso (glaucoma ad angolo chiuso acuto).

Il glaucoma è un tumore?

No, il glaucoma non è un tumore. L’equivoco può nascere perché la desinenza del nome in -oma è spesso associata alle manifestazioni cancerose. Il tumore all’occhio, però, può esserne una delle cause scatenanti, ma si parla di glaucoma secondario.

Le cause: come viene il glaucoma all’occhio?

Dal punto di vista delle cause, è possibile operare una distinzione tra glaucoma primario e secondario. Il glaucoma primario è quello che insorge senza essere connesso ad altre patologie e di cui quindi non si conosce la ragione scatenante. Viceversa, il glaucoma secondario ha delle cause individuabili, che possono essere:

  • Infezione o infiammazione dell’occhio;
  • Cataratta di grande dimensione;
  • Interventi chirurgici all’occhio come quelli per la rimozione della cataratta con complicanze);
  • Uso prolungato di farmaci cortisonici
  • Tumore endoculare;

Inoltre, è stata osservata la concomitanza dell’insorgere di glaucoma in presenza di fattori di rischio quali l’età avanzata (oltre i 60 anni), la familiarità genetica, il diabete, l’ipertensione arteriosa, la miopia forte o l’ipermetropia, il ridotto spessore centrale della cornea, i traumi.

Che sintomi dà il glaucoma?

I sintomi del glaucoma dipendo dalla tipologia e dal suo stadio di avanzamento. Nelle fasi inziali, il glaucoma ad angolo aperto e quello ad angolo chiuso cronico, visto che si sviluppano lentamente, non danno luogo a sintomi manifesti. In entrambe i casi, infatti, il danno al nervo ottico provoca delle zone di cecità ma in aree periferiche e quindi chi ne è affetto difficilmente se ne accorge. Con il tempo, però, tali zone si espandono e finiscono per ridurre notevolmente il campo visivo (visione a tunnel).

Nel caso di glaucoma ad angolo chiuso acuto, invece, il rapido aumento della pressione dell’occhio provoca sintomi molto evidenti:

  • cefalea intensa,
  • nausea e vomito;
  • arrossamento dell’occhio;
  • offuscamento o perdita improvvisa della vista;
  • visione di aloni colorati attorno alle luci

Come si vede con un glaucoma?

Visto che il glaucoma, in tutte le sue forme, ha come conseguenza principale la creazione di zone di cecità, chi ne è affetto non vede male ma vede “meno”, cioè ha un campo visivo più ristretto. Generalmente ad essere colpite sono prima le aree periferiche e poi via via quelle più centrali. Si parla, infatti, di visione a tunnel. Allo stesso tempo, però, come detto, nelle forme acute di glaucoma si possono aggiungere altri problemi alla vista, come l’offuscamento e la presenza di aneli luminosi intorno alle fonti dio luce.

In quanto tempo il glaucoma porta alla cecità?

La completa cecità dell’occhio può essere l’esito finale di un glaucoma, soprattutto se non trattato. I tempi di perdita della vista, però, non sono predeterminabili, perché dipendono dal tipo di glaucoma e dalla gravità del danno al nervo ottico. Nel glaucoma acuto, la perdita della vista può verificarsi anche nel giro di poche ore, per questo motivo viene trattato come urgenza medica.

Quali esami servono per diagnosticare il glaucoma

L’iter diagnostico del glaucoma può prevedere diversi esami, anche in considerazione del fatto che la patologia può non essere immediatamente visibile e può non dare sintomi evidenti.

Nello specifico, sono utili:

  • esame della vista;
  • esame del segmento anteriore dell’occhio;
  • esame del fondo oculare;
  • tonometria per la misurazione della pressione intraoculare;
  • pachimetria;
  • gonioscopia;
  • esame del campo visivo e perimetria computerizzata;
  • OCT del nervo ottico e delle fibre nervose;
  • test di contrasto e di sensibilità ai colori.

Come si previene il glaucoma?

L’unico modo per prevenire il glaucoma e soprattutto per evitarne gli effetti più gravi è sottoporsi a periodiche e regolari visite oculistiche, soprattutto se si rientra tra coloro che sono gravati da fattori di rischio. In un’ottica di prevenzione, è comunque consigliabile seguire una dieta sana e fare attività fisica, soprattutto di carattere aerobico.

Come si cura il glaucoma?

Curare il glaucoma nel senso di ripristinare la vista persa non è possibile. Ciò che si può fare mediante i trattamenti medici, invece, è arrestare il decorso della patologia ed impedire che la perdita di visione aumenti. Le principali soluzioni sono l’assunzione di farmaci specifici sotto forma di collirio, trattamenti laser e gli interventi chirurgici.

Per quanto riguarda i farmaci, i più utilizzati sono i beta-bloccanti, i composti prostaglandinici, gli agonisti alfa-adrenergici e gli inibitori dell’anidrasi carbonica.

Per quanto riguarda invece la chirurgia, gli interventi possibili, a seconda delle necessità, sono gli interventi filtranti anteriori e posteriori e infine i trattamenti laser.

Infine, quando il glaucoma è di tipo secondario e quindi causato da un’altra patologia è necessario intervenire anche su quest’ultima.

 

Articolo revisionato dal Dottor Vittorio Picardo, medico specialista in oculistica presso la Clinica Nuova Itor

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danno renale cronico

Insufficienza renale cronica: cause, sintomi e trattamento

L’insufficienza renale cronica si ha ogni qualvolta i reni perdono progressivamente e in modo irreversibile la capacità di svolgere la loro funzione di filtraggio del sangue. Il danno renale cronico può avere diverse cause e conoscerle serve a approntare la giusta terapia. In nessun caso, però, l’insufficienza renale cronica può essere curata, in quanto irreversibile. È possibile solo rallentarne il peggioramento e controllarne gli effetti negativi, mediante terapia causale e sintomatica, dialisi e trapianto di rene.

Cos’è l’insufficienza renale

In medicina, con il termine insufficienza renale si indica la condizione in cui i reni non sono in grado di svolgere pienamente e correttamente la loro funzione, che è quella di filtrare il sangue eliminando le sostanze di scarto (poi espulse attraverso le urine). La persona affetta da insufficienza renale, quindi, non ha una piena funzionalità renale.

Questa situazione può manifestarsi in due modi:

  • Insufficienza renale acuta: si ha quando il rallentamento o Il blocco della funzionalità renale si verificano rapidamente e improvvisamente ed è una situazione potenzialmente reversibile;
  • Insufficienza renale cronica: si ha quando il declino dell’attività dei reni è lento e graduale e porta a una condizione irreversibile.

Questo approfondimento è dedicato all’insufficienza renale cronica, analizzando i sintomi, le cause, il percorso per arrivare a una diagnosi e le possibili terapie e trattamenti per curare questa condizione. Per l’approfondimento sull’insufficienza renale acuta, invece, si rimanda quest’altro approfondimento (link articolo).

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Le cause dell’insufficienza renale cronica

Sono molte le patologie che possono danneggiare i reni, impedendo in tutto o in parte la loro funzionalità. Se ne deduce che altrettanto numerose sono le cause dell’insufficienza renale cronica, che può manifestarsi a seguito di malattie che interessano direttamente il rene o di disturbi a carattere sistemico.

Le principali cause di insufficienza renale cronica sono:

  • Ipertensione arteriosa (comunemente conosciuta come pressione alta);
  • Diabete di tipo 1 e di tipo 2 (diabete mellito);
  • Rene policistico;
  • Glomerulonefrite;
  • Ostruzione prolungata delle vie urinarie (che a sua volta può essere causata da un ingrossamento benigno della prostata, da tumori e da calcoli renali);
  • Insufficienza renale acuta non trattata o trattata con esito negativo;
  • Nefrite interstiziale;
  • Infezioni renali;
  • Reflusso della vescica e dell’uretra;
  • Lupus e altre malattie autoimmuni
  • Nefropatia da farmaci e metalli pesanti

Oltre alle cause specifiche, è bene sottolineare che sono diversi anche i fattori di rischio che espongono alla possibilità di andare incontro ad insufficienza renale cronica. Tra questi, ci sono l’obesità e la ipercolesterolemia, oltre che il naturale avanzare dell’età.

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Come riconoscere la disfunzione renale cronica: i sintomi

Nelle prime fasi, l’insufficienza renale cronica può risultare anche asintomatica. I sintomi, però, sono destinati a svilupparsi con il progredire ed il peggiorare del danno fino al blocco e sono dovuti all’incapacità dei reni di mantenere una sufficiente depurazione del sangue.

Tali sintomi progressivi sono principalmente i seguenti:

  • Frequente minzione, soprattutto notturna (nicturia);
  • Alitosi;
  • Affaticamento;
  • Confusione mentale;
  • Mancanza di appetito (con conseguente perdita di peso);
  • Affanno;
  • Gonfiore degli arti;
  • Anemia;
  • Nausea e vomito;
  • Dolori muscolari, crampi e spasmi;
  • Comparsa di ecchimosi;
  • Prurito generalizzato
  • Edema polmonare;
  • Pericardite;
  • Ulcere gastrointestinali.

Come diagnosticare l’insufficienza renale: analisi ed esami

La comparsa di uno o più sintomi riconducibili all’insufficienza renale cronica deve portare immediatamente a contattare un medico specialista in nefrologia, per poter appurare con rapidità l’effettiva presenza del danno o blocco e intervenire.

Sostanzialmente, la diagnosi di danno renale si basa su:

  • visita specialistica con anamnesi;
  • analisi del sangue (indice di azoto ureico, creatinina, sodio, potassio, cloro, calcio, fosforo, emocromo, acido urico);
  • analisi delle urine;
  • esami di diagnostica per immagini (ecografia renale, TC e risonanza magnetica);
  • biopsia renale (eventuale).

Nella maggior parte dei casi, se il paziente non è già ricoverato, è necessaria l’ospedalizzazione, per potere tempestivamente mettere in atto il percorso di diagnosi e trattamento.

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Le terapie per la cura e il trattamento dell’insufficienza renale cronica

Una vera e propria cura per l’insufficienza renale cronica non esiste, perché si tratta di una condizione irreversibile. I reni, quindi, non possono essere ricondotti alla loro funzionalità. Quello che si può fare, però, è approntare una terapia che consenta di trattare l’insufficienza renale, per rallentarne lo sviluppo e il peggioramento e per garantire a chi ne è colpito una migliore qualità della vita. Sull’esito di tale terapia incidono ovviamente molteplici fattori, come l’età, lo stato di salute complessivo e la gravità del danno renale. Per questo motivo, non è possibile esprimersi con certezza sulla speranza di preservazione della funzione renale residua. È bene però sottolineare che, grazie ai continui progressi della medicina nel campo della nefrologia, tale aspettativa, e quella sulla sopravvivenza e qualità di vita in dialisi, si è notevolmente allungata e può essere di molti anni.

In generale, il trattamento dell’insufficienza renale cronica prevede tre step:

  • rimozione o controllo delle condizioni patologiche che l’hanno causate e/o di quelle che possono aggravarla (terapia causale);
  • rimozione o controllo dei sintomi (terapia sintomatica)
  • adozione di un adeguato stile di vita;
  • dialisi e/o trapianto di rene.

Terapia causale

Per prima cosa, il trattamento dell’insufficienza renale cronica deve puntare a rimuovere o controllare le cause che hanno scatenato il blocco dei reni. Questo significa che la terapia va diversificata a seconda dei casi. Ad esempio, nel caso l’insufficienza sia conseguenza del diabete, bisogna agire per abbassare il livello di glucosio. Discorso analogo con la pressione sanguigna nel caso di ipertensione. In questa fase, quindi, si utilizzano terapie farmacologiche specifiche per i diversi disturbi. In particolare - salvo alcune eccezioni - è possibile attuare una terapia nefroprotettiva con farmaci che rallentano la progressione del danno renale.

Terapia sintomatica

Per quanto riguarda, invece, i trattamenti che mirano a rimuovere i sintomi e le conseguenze del danno renale. Tra questi, rientrano:

  • farmaci diuretici, per ridurre la ritenzione idrica;
  • farmaci per la prevenzione dell’accumulo di potassio nel sangue;
  • farmaci per il ripristino del corretto livello di concentrazione di calcio nel sangue.

Dieta e stile di vita

Adottare un corretto regime dietetico è fondamentale per rallentare la degradazione della funzionalità renale. In particolare, con il nefrologo o con il supporto di un nutrizionista, è necessario approntare una dieta che riduca il quantitativo di proteine ingerite, pur senza perdere un’eccessiva quanta di aminoacidi.

Dialisi

Quando l’insufficienza renale raggiunge uno stadio di gravità tale da indurre alti livelli di uremia (presenza di elevati livelli di urea nel sangue) è necessario ricorrere alla dialisi, un trattamento che sostituisce la funzione dei reni, ripulendo il sangue dai prodotti di scarto.

Trapianto di rene

Nei casi di grave insufficienza renale cronica, la soluzione ottimale è il trapianto di rene, che comporta la sostituzione di uno o di entrambe gli organi con altri provenienti da un donatore compatibile. Si tratta, di una procedura che prevede un percorso di valutazione di idoneità del singolo caso clinico da parte del centro trapianti e l’attesa della disponibilità di un organo compatibile.

Il Centro Dialisi della Clinica Nuova Itor


Danno renale acuto

Insufficienza renale acuta: cause, sintomi e trattamento

L’insufficienza renale acuta è una condizione che comporta il rapido e improvviso deperimento della funzione renale. Il blocco renale è una patologia molto seria ma reversibile, che deve essere trattata adeguatamente e tempestivamente. Per curare l’insufficienza renale acuta, però, è necessario individuarne le cause, attraverso una diagnosi precisa che parta da un’attenta valutazione dei sintomi,

Cos’è l’insufficienza renale

In medicina, con il termine insufficienza renale si indica la condizione in cui i reni non sono in grado di svolgere pienamente e correttamente la loro funzione, che è quella di filtrare il sangue eliminando le sostanze di scarto (poi espulse attraverso le urine). La persona affetta da insufficienza renale, quindi, non ha una piena funzionalità renale.

Questa situazione può manifestarsi in due modi:

  • Insufficienza renale acuta: si ha quando il rallentamento o Il blocco della funzionalità renale si verificano rapidamente e improvvisamente ed è una situazione potenzialmente reversibile;
  • Insufficienza renale cronica: si ha quando il declino dell’attività dei reni è lento e graduale e porta a una condizione irreversibile.

Questo approfondimento è dedicato all’insufficienza renale acuta, analizzando i sintomi, le cause, il percorso per arrivare a una diagnosi e le possibili terapie e trattamenti per curare questa condizione.

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Le cause dell’insufficienza renale acuta

Le cause che possono portare al verificarsi di danno renale acuto sono diverse e possono essere raccolte in tre gruppi: pre-renali, renali e post renali.

Nell’insufficienza renale pre-renale si verifica un rallentamento o un blocco dell’afflusso di sangue ai reni. Le cause di questa patologia possono essere:

  • malattie cardiache;
  • attacco di cuore (infarto del miocardio);
  • emorragie gravi;
  • insufficienza o scompenso epatico.

Nel caso di danno renale con causa renale, invece, sono proprio i reni ad essere direttamente danneggiati, per diverse ragioni:

  • necrosi tubolare;
  • nefrotossine (anche come conseguenza dell’assunzione di farmaci);
  • glomerulonefrite;
  • nefrite e infezioni renali;
  • coaguli di sangue;
  • depositi di colesterolo;
  • intossicazione da alcol o droghe.

Infine, c’è la possibilità che il blocco renale sia di tipo post-renale, cioè dovuto a cause che colpiscono le strutture di raccolta e svuotamento dell’apparato urinario:

  • ipertrofia prostatica;
  • calcoli renali;
  • tumore della vescica, della prostata e del colon;
  • coaguli di sangue nella vescica.

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Come riconoscere il danno renale acuto: i sintomi

Le differenti cause dell’insufficienza renale acuta si traducono anche in una differenziazione dei sintomi. È possibile, però, identificare alcuni sintomi ricorrenti, che ovviamente non sono sempre tutti presenti simultaneamente. In generale, la maggior parte dei sintomi sono legati alla principale conseguenza del blocco renale: l’uremia, cioè all’accumularsi nel sangue di sostanze tossiche che i reni non riescono a filtrare. Inoltre, è bene sottolineare che alcune forme di insufficienza renale, soprattutto nella fase iniziale, sono asintomatiche o presentano una sintomatologia molto debole.

I sintomi principali dell’insufficienza renale acuta sono:

  • diminuzione della quantità di urine prodotte nella giornata (oliguria);
  • ritenzione idrica e gonfiore delle gambe;
  • perdita di appetito;
  • nausea e vomito;
  • debolezza e affaticamento muscolare;
  • respiro corto;
  • ipertensione;
  • presenza di sangue nelle urine;
  • confusione mentale.
  • anemia;
  • spasmi e convulsioni.

Solitamente, il decorso dell’insufficienza renale acuta si articola in tre fasi:

  • fase iniziale, che tende a manifestarsi con diminuzione della quantità di urina prodotta;
  • fase di mantenimento, durante la quale si ha la manifestazione della restante sintomatologia;
  • fase di recupero.

Come diagnosticare il blocco renale: analisi ed esami

La comparsa di uno o più sintomi riconducibili all’insufficienza renale cronica deve portare immediatamente a contattare un medico specialista in nefrologia, per poter appurare con rapidità l’effettiva presenza del blocco e intervenire.

Sostanzialmente, la diagnosi di danno renale si basa su:

  • visita specialistica con anamnesi;
  • analisi del sangue (indice di azoto ureico, creatinina, sodio, potassio, cloro, calcio, fosforo, emocromo, acido urico);
  • analisi delle urine;
  • esami di diagnostica per immagini (ecografia renale, TC e risonanza magnetica).

Nella maggior parte dei casi, se il paziente non è già ricoverato, è necessaria l’ospedalizzazione, per potere tempestivamente mettere in atto il percorso di diagnosi e cura.

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Le terapie per la cura e il trattamento dell’insufficienza renale acuta

L’insufficienza renale acuta è una condizione reversibile, se trattata in modo tempestivo e adeguato, a differenza di quella cronica. L’approccio terapeutico si articola in tre direzioni:

  • eliminazione delle cause (con cure differenti per le diverse casistiche);
  • eliminazione dei sintomi e delle conseguenze negative;
  • supporto alla funzione renale interrotta attraverso la dialisi.

Inoltre, i pazienti affetti da blocco renale acuto vengono invitati a seguire uno specifico regime dietetico, che si concretizza nell’evitare i cibi troppo salati, quelli con molto fosforo o potassio e quelli ad alto contenuto di proteine.

Terapia causale

Come visto, la gamma di possibili cause di insufficienza renale acuta è molto ampia e quindi altrettanto vasto è il numero di possibili cure che mirano a rimuoverle. Questo rende ancora più importante approfondire con scrupolo l’origine del blocco renale, per approntare poi le giuste contromisure.

Terapia sintomatica

Per quanto riguarda, invece, i trattamenti che mirano a rimuovere i sintomi e le conseguenze del danno renale. Tra questi, rientrano:

  • farmaci diuretici, per ridurre la ritenzione idrica;
  • farmaci per la prevenzione dell’accumulo di potassio nel sangue;
  • farmaci per il ripristino del corretto livello di concentrazione di calcio nel sangue.

Dialisi

Quando l’insufficienza renale acuta si prolunga nel tempo, subentra la necessità di sopperire temporaneamente alla funzione renale compromessa, per eliminare prodotti di scarto e acqua in eccesso. Questo scopo è raggiungibile utilizzando la dialisi.

Il Centro Dialisi della Clinica Nuova Itor


Giornata contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari

La “Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari”, istituita dal Ministero della Salute e celebrata il 12 marzo, è l'occasione per riflettere su un problema grave e in costante crescita, soprattutto dopo la pandemia. Secondo la Croce Rossa Italiana, infatti, ogni anno sono ben 1200 gli atti di violenza che si consumano ai danni di lavoratori del settore sanitario. I più colpiti sono gli ausiliari sanitari, seguiti da infermieri e medici. Inoltre, le vittime sono principalmente donne (70% dei casi). La Giornata, quindi, si pone l'obiettivo di promuovere una cultura che condanni questo tipo di violenze.

La Clinica Nuova Itor aderisce con convinzione a questo appuntamento, auspicando che la struttura continui a essere un luogo sicuro per i propri operatori.